PROF. GIOVANNI CARLO ZAPPAROLI (1924/2009)

Ricordo del Prof. Zapparoli

Il Prof. Zapparoli aveva tante cose da insegnare e tanti modi per insegnarle.
Ci ha insegnato ad ascoltare chi abbiamo di fronte, ad ascoltarlo davvero, senza mettere in mezzo un “già saputo” frutto di paura, di pigrizia o di arroganza. E ce l’ha insegnato con l’ascolto e l’umiltà: l’ascolto dei nostri, di bisogni, da cui capiva come aiutarci a capire, e l’umiltà che gli faceva dire che la maggior parte di quello che sapeva gliel’avevano insegnato i pazienti, e capivi che lo diceva sul serio.
Ci ha insegnato a comprendere e rispettare ogni modalità con cui l’uomo cerca di star bene, anche le più strane e le più folli, perché la nostra mano tesa fosse un aiuto nella direzione che l’altro poteva prendere, e non uno strappo che lo portasse sulla via che noi pensavamo migliore. E ce l’ha insegnato capendo e rispettando le nostre, di resistenze e paure, e permettendoci così di averci a che fare.
Ci ha insegnato ad andare all’essenziale, nel lavoro e forse anche un po’ nella vita, lui che non amava i fronzoli, nel lavoro e forse anche un po’ nella vita.
Ci ha insegnato a non sentirci mai arrivati, lui che a 80 anni teneva sulla scrivania “Il Presidente Schreber” e al nostro sguardo perplesso rispondeva: “Mi sa che alcune cose non le ho capite tanto bene”.
Ci ha insegnato ad amare intensamente il nostro lavoro, ma anche tutto il resto, lui che durante quell’estate dei mondiali è entrato nell’aula dove stavamo facendo lezione, dove c’era la televisione grande, e ha detto: “Io guardo l‘Italia, chi vuole guardarla con me è il benvenuto, agli altri buona passeggiata e buongiorno”.
Ci ha insegnato a non avere paura della paura, lui che nel panico altrui si immergeva guardandolo dritto negli occhi.
Ci ha insegnato moltissime altre cose, ma forse a questo punto lui avrebbe già tagliato corto.
E dunque grazie, Professore.
Grazie per i suoi insegnamenti e per aver trovato il modo di trasmetterceli davvero.
Grazie per i suoi libri, che sembravano così semplici quando li leggevi la prima volta, poi li chiudevi e ti rendevi conto che capire davvero era un’altra cosa. Finchè un giorno, dopo mesi, a volte anni, un paziente diceva una frase e lì capivi, e restavi sbalordito dalla precisione con cui lei, Professore, riusciva a entrare in contatto con la mente e con l’animo umano.
Grazie per i suoi racconti, che ci hanno insegnato tanto e che ci hanno fatto incontrare volti, tempi e luoghi che fino a quel momento avevamo solo immaginato.
Grazie per la sua curiosità, che ci ha trasmesso, e per il piacere che le dava vederci imparare, che ci dava coraggio e ci scaldava il cuore.
Grazie per il suo entusiasmo, di fronte al quale i nostri momenti di stanchezza o di sconforto ci sembravano davvero poca cosa.
Grazie per i suoi sorrisi, a volte divertiti, a volte sornioni, a volte incoraggianti, a volte messi lì semplicemente per creare un legame.
Grazie per la sua schiettezza, a volte un po’ destabilizzante, ma che ti faceva sentire a casa.
Grazie per la sua ironia, acuta, intelligente, coinvolgente.
Grazie per la sua disponibilità, grande e incredibile.
Grazie per la sua saggezza, vera e piena, porto sicuro quando ti sentivi in mezzo alla burrasca.
Grazie per la generosità con cui ci ha dato tutto questo.
E infine un ultimo grazie, un grazie che ci diceva sempre lei, Professore, dopo ogni lezione, dopo ogni supervisione, lasciandoci senza parole, confusi ma con una gioia profonda, perché era ironico, certo, ma forse non del tutto. Come ci diceva sempre lei, Professore, grazie per la fiducia.
Le vogliamo un gran bene.
Riposi in pace.    

Valentina Franchi